giovedì 10 settembre 2009

Passione Manga

Fin da piccola ho sempre amato disegnare. Nella mia famiglia molti praticano questo bellissimo hobby, ma mai nessuno si è osato a frequentare un liceo artistico e così neanche io. Tuttavia mi piace creare nuove immagini servendomi solo di una micromina e una gomma.
Crescendo coi cartoni giapponesi, i miei disegni possiedono l'inconfondibile tocco manga e ora questa è la mia passione.
Purtroppo è da molto che non disegno più. in effetti, prima copiavo ogni disegno che mi capitava sotto mano e il disegno da me creato era pressoché identico all'originale. Solo di recente ho cominciato a creare i personaggi di prima mano, senza copiare altrove.
I fumetti giapponesi non mi piacciono molto. Certo, i disegni sono spettacolari ma non essendoci l'immagine del movimento, li trovo molto statici. Ed è per questo motivo che preferisco di gran lungo gli anime ai fumetti che ne creano la storia.

Valkiria

- 1 -

Il cielo plumbeo era ricoperto da spesse nuvole grigie che non lasciavano intravedere i raggi del sole. Era il tramonto, ormai.
Il tiepido autunno stava lasciando il passo all’inverno, che si preannunciava molto rigido e freddo. Gli alberi erano ora spogli e i paesani in gran fermento: chi viveva di pastorizia s’accingeva ad accumulare quante più balle di fieno possibile, sperando che la capra da latte riuscisse a superare la stagione, per non dover spendere i pochi soldi rimasti per un nuovo acquisto; i commercianti venuti da ovest erano partiti, mentre gli altri che erano tornati in patria per passare il lungo inverno si affrettavano a vendere le ultime merci rimaste; i contadini più poveri, che in quell’anno avevano duramente resistito alla fame, pregavano per un nuovo raccolto più abbondante e intanto riponevano le sementi in casa con una certa tristezza, poiché quello era l’unico cibo che possedevano e presto avrebbero dovuto coltivarlo, privandosene. Molti di loro sarebbero morti per la fame e per il freddo, oppure per le febbri, diventate difficili da contrastare da quando le guaritrici avevano abbandonato il villaggio. Molte madri avrebbero perso il latte per il neonato e altre avrebbero abortito o sarebbero morte nel dare alla luce una nuova vita, che con ogni probabilità si sarebbe spenta poco dopo.
Un vento freddo si era alzato su quella piccola vallata, avvolta da una tetra atmosfera, e le prime gocce di pioggia stavano cadendo sul terreno già umido. L’intero villaggio era silenzioso, solo le porte di legno delle abitazioni scricchiolavano. La poca gente che si aggirava per le sue strade camminava a testa china: le donne, strette nei loro scialli di lana, si avviavano verso casa veloci, tenendo un cesto di vimini fra le mani indurite dal lavoro dei campi, e guardandosi intorno impaurite come se qualcuno o qualcosa le stesse seguendo; i bambini si stringevano alle logore gonne materne, gli occhi spersi, il corpicino straziato dalla fame. Molti uomini cercavano invano di riparare le proprie abitazioni dall’arrivo del freddo, chi tappando le fessure nelle pareti, chi ricoprendo i buchi del tetto di paglia con il fango.
Il buio stava ormai calando inesorabile sul villaggio. Le gocce di pioggia cadevano con sempre più intensità, rendendo difficoltosa la vista.
Rose attraversò di corsa la strada principale, coprendosi la testa con lo scialle pesante e stringendo al petto un piccolo cesto vuoto. Si guardava attorno circospetta, il respiro affannoso, gli occhi vigili, le orecchie tese a captare ogni minimo suono. I suoi piedi calpestavano l’erba bagnata, schizzavano nelle pozzanghere, il rumore dei suoi passi rapidi riecheggiava per il villaggio ora deserto.
Quando un corvo gracchiò sopra di lei, Rose sussultò spaventata. Il cesto le cadde dalle mani, e anche lei, per raccoglierlo, rischiò d’inciampare a causa della fretta. Un’ombra nera scivolò vicino a lei, silenziosa come la morte. Rose si voltò di scatto, senza smettere di correre. Non vide nessuno. Le lacrime cominciarono a riempirle gli occhi, il cuore a battere all’impazzata. La paura iniziò ad offuscarle la mente. Avevano cominciato.
Il vento gelido soffiava ancora più insistente, ora. I rami spogli degli alberi si muovevano in una danza macabra, come animati di vita propria.
Si sentiva ancora spiata, ma non sapeva se l’ombra che sentiva vicina fosse il frutto della sua mente spaventata o se si trattava realmente di loro.
In due falcate, Rose raggiunse casa. Aprì la porta con troppa violenza e quasi rischiò di scardinarla. Il legno ormai era ammuffito e non avrebbe retto ancora per molto. Era tutto rigato e il gelo s’intrufolava attraverso le sue fessure. Come in molte altre abitazioni, la porta era solo un pezzo di corteccia malamente tagliata, mentre l’albero da cui era stata sottratta era stato abbattuto.
Appena varcata la soglia, si lasciò cadere in ginocchio, la testa china, i capelli bagnati che fuoriuscivano dallo scialle. Il cesto di paglia capitolò a terra, lontano da lei.
Rose alzò timidamente gli occhi, solo per vedere una figura che le si avventava addosso con un tale slancio che quasi la fece ritrarre.
L’abbraccio di sua madre era caldo e asciutto. La stringeva al suo petto con forza, come se non volesse lasciarla più andare. Finalmente, Rose poté dare libero sfogo alle sue lacrime. Si strinse alla donna quasi selvaggiamente, nascondendo la testa nell’incavo del suo collo, piangendo. Anche le spalle di sua madre erano scosse da violenti tremiti.
Un’altra figura, più imponente della precedente, si avvicinò alle due donne con passo gravoso.
La madre si sciolse dall’abbraccio e Rose allungò le mani per trattenerla, ma quando vide i suoi occhi spaventati, lasciò ricadere le braccia lungo il corpo. Alzò invece lo sguardo sull’uomo che la sovrastava, salutandolo con un piccolo gemito terrorizzato.
«Sai che giorno è oggi?» chiese suo padre, e poi non ci fu più tempo per le parole.
L’uomo si accanì su di lei con un impeto tale da lasciarla sconvolta. L’alzò bruscamente da terra, assestandole un sonoro ceffone sulla guancia sinistra, poi su quella destra. Rose, dal canto suo, non sentiva niente. Era consapevole che dopo avrebbe patito per quelle percosse, ma in quel momento nulla poteva ferirla di più della paura provata in strada. Sentiva sua madre piangere in un angolo, chiedendo pietà, e suo padre inveire e imprecare, mentre la spingeva contro il muro. Le ginocchia non la ressero più e si lasciò scivolare contro la parete quando il padre le tirò un pugno nello stomaco, facendola tossire in maniera convulsa, alla ricerca d’aria.
Rose si sostenne con una mano sull’umido pavimento, mentre appoggiò l'altra sul ventre, presa da un dolore atroce. I capelli che le erano ricaduti sulle spalle le coprirono la visuale e piccole gocce di sangue caddero sul suo corpo frustrato e sul pavimento.
«Li hai portati da noi, piccola sgualdrina!» urlò ancora suo padre, ma il piede che la colpì duramente alle costole apparteneva al figlio. Rose cadde rovinosamente sulla schiena, ansante. Guardò in faccia Pierson, suo fratello, cercando con gli occhi di trasmettergli tutto l’odio di cui era capace. Pierson era d’un paio d’anni più giovane di lei, ma l’aveva già superata in altezza ed era molto robusto. Rideva. Non era mai riuscito a sopportarla ed essendo ormai l’unico maschio, oltre al padre, sembrava sentirsi in diritto di comandare come se fosse stato l’uomo di casa.
«Adesso ci ammazzeranno!»
«L’hai fatto apposta, ingrata, dì la verità!»
Ormai Rose non sapeva più se le mani che la colpivano appartenessero al fratello o al padre, ma quando quest’ultimo le intimò di sparire dalla sua vista, lei non se lo fece ripetere. Si rifugiò in una camera attigua e varcò la soglia gattonando, perché dubitava che le sue gambe potessero sorreggerla. Appena raggiunto il muro opposto, sotto la finestra, si lasciò andare ai singhiozzi, raggomitolandosi su se stessa, come un gatto, tossendo sangue.
Nell’oscurità, le sue sorelle la chiamarono, le vocine terrorizzate, ma nessuna di loro si fece avanti, temendo l’ira paterna.
Rose chiuse gli occhi, desiderando ardentemente addormentarsi, ma il sospetto che suo fratello potesse venire ancora a torturarla all’insaputa del padre la lasciò sveglia tutta la notte. Se c’era un po’ di giustizia, pensava, forse l’indomani Pierson sarebbe sparito per sempre. Sorrise a quel pensiero, ma subito il suo viso si trasformò in una maschera di dolore.
Quando all’alba Rose si alzò dal suo giaciglio, ancora dolorante, vide suo padre fermo sulla soglia della camera: brandiva un vecchio bastone. Allora capì che Pierson non sarebbe più tornato a casa.



La dimora era calda e accogliente, e un piccolo fuoco illuminava la sala. Fuori la pioggia continuava a cadere e sembrava non volesse fermarsi.
Le pareti in legno erano solide e robuste e il tetto non lasciava penetrare l’umidità, come invece succedeva nelle altre abitazioni.
La signora Bess, un grasso donnone sulla cinquantina, era forse la più ricca mercantessa del paese. Suo marito William, anche lui mercante, non aveva mai eccelso nel mestiere; anzi, era ormai risaputo che a guidare le redini del lavoro era sempre stata sua moglie. Abile nei conti e dotata di una parlantina assai sciolta, era riuscita in poco tempo, dopo la morte del marito, a trattare con i più abili mercanti dell’Ovest. Non aveva avuto figli e molto probabilmente il suo lavoro sarebbe andato in fumo, una volta morta lei.
Rose sedeva su una comoda panca vicino al focolare. Non si lasciava mai scappare l’occasione di andare a trovare quella vedova. Sapeva di essere egoista, poiché non lo faceva per affetto o per solidarietà, ma semplicemente perché gli attimi passati in quella casa erano per lei un elisir, un piccolo paradiso dopo il freddo, la fame e la sete.
La signora Bess era una donna gentile e cordiale, sempre pronta a dare il meglio di se stessa nelle cose in cui credeva. Ma Rose sapeva anche che era capace di un coraggio e di una persuasione sublimi.
Una volta, mentre si dirigeva da lei per conto di suo padre, aveva assistito a una sua discussione con un giovane mercante. Aveva una parlata strana, e anche dagli abiti si capiva che non era dei villaggi vicini. Portava una sontuosa maglia di lana rossa e calzari dello stesso color porpora. Il viso era pulito e i baffi curati.
"Fatemi un buon prezzo" disse schietta Bess.
"Per trenta pellicce?" domandò l’uomo, osservano la cassa depositata sulla soglia della casa.
"Trenta pellicce di alta qualità" aggiunse lei, precisando.
"Non lo metto in dubbio. Difficili da vendere e immagazzinare, tuttavia." Si prese il mento fra il pollice e l’indice, scuotendo la testa pensoso. "Offro centocinquanta."
"Bene. Allora le auguro un buon viaggio." Bess diede le spalle al giovane, sollevando altezzosamente la testa. "Aspetterò il prossimo mercante. Non siete l’unico interessato a queste pellicce."
"No, aspetti…" disse in fretta l’uomo, ripensandoci. "Centosessanta, allora."
La donna rimase ostinatamente voltata dall'altra parte. "Senta, stamane sono particolarmente generosa: ne accetterò duecento" disse con un tono di voce molto persuasivo.
La sicurezza del commerciante parve vacillare.
"Duecento?" chiese poi riprendendosi, tutto impettito. "Non offriamo somme di denaro così ingenti per un mercante con cui non abbiamo mai trattato!"
"Ho detto duecento e duecento rimangono."
"Centottanta."
"Duecento."
"Questo non è negoziare" sbuffò irritato l’uomo. "Io sto cercando di venirle incontro: centottantacinque."
"Posso salire a duecentocinquanta, se preferite" propose Bess, lanciando un’occhiataccia al commerciante.
"I suoi giochetti non funzionano con me", ribatté lui.
"State forse insinuando che io sia una truffatrice, signore?"
"Come volete. Centonovantacinque. È la mia ultima offerta."
"Centonovantacinque, perfetto. Che, considerando le tasse, fa più o meno… duecento" sorrise maliziosamente Bess, tendendo la mano al giovane.
"Splendido, domani verrò a ritirare la cassa con le pelli" ricambiò la stretta di mano, esasperato.
Rose, che era rimasta a fissare la scena dietro l’angolo della casa, era rimasta estasiata dalla bravura della donna.
"Pensano di mercanteggiare con una sprovveduta!" le aveva spiegato più tardi quest’ultima, irritata, quando aveva ospitato la ragazza quella sera. "Bè, presto capiranno che sono più abile di loro!" E bevve in un sol sorso tutto il bicchiere di vino che si era generosamente versata.
Ma se era Rose a venire da lei, la donna era molto più gentile. Anche quella volta Rose era andata dalla vedova Bess per conto di suo padre: era intenzionato a vendere tutte le cose che erano appartenute al figlio, pensando di ricavarci qualche soldo. Vestiti, scarpe, coperte e altre cianfrusaglie che Rose si era affrettata a portare alla signora in un grosso sacco di paglia sgualcito.
Appena l’aveva vista il suo sguardo si era intristito, e la ragazza temette di dover fronteggiare le lacrime della donna.
«Oh cara… mi è giunta voce…!» le urlò la donna appena la scorse sulla strada.
«Mi dispiace davvero per il tuo povero fratello, cara. Era un ragazzo davvero adorabile.» le disse Bess, stringendo Rose al suo petto prominente. Lei riuscì a stento a trattenere una smorfia a quelle parole.
La vedova la sospinse oltre la soglia della grande casa e la fece sedere su una comoda panca, offrendogli un pezzo di pane e del miele.
«Oh! Che disgrazia! Che siano maledetti» continuò, sedendosi davanti alla sua ospite e prendendosi la testa fra le mani.
«Prima Jamie, ora… » Bess s’interruppe bruscamente. Il pezzo di pane che Rose stava divorando quasi le andò per traverso.
«…Jamie…» sussurrò.
«Oh, cara perdonami! Non volevo…sono stata indiscreta…» si affrettò a dire la donna.
Rose scosse la testa, ricacciando le lacrime. «Non si angosci per me… davvero, non c’e ne bisogno…» disse, posando il cibo sul tavolo davanti a sé.
Sulla stanza calò il silenzio. Nessuno si muoveva o osava parlare.
Rose guardò fuori dalla finestra.
Jamie.
Ricordava ancora la mattina in cui si era accorta della sua assenza. Per lei non era solo un fratello. Lui era la sua famiglia, il suo amore, il suo bambino. Lei viveva per lui, lo difendeva dagli attacchi del padre e lo accudiva quando stava male. Era un ragazzo molto gracile e propenso alle malattie e lei era il suo unico appoggio in un mondo difficile come quello.
Rose sapeva ormai che quelli che sparivano improvvisamente dal villaggio non facevano ritorno.
Lo aveva aspettato per mesi interi, di notte, fuori dalla porta, con il vento gelido che le penetrava nei vestiti; di giorno, appena vedeva un’ombra tra gli alberi; nelle brughiere, dove lo andava a cercare, sperando di trovarlo.
Ma ormai si era rassegnata.
La vedova Bess stava ora esaminando una logora camicia di colore malsano, un po’ verde, un po’ marrone. A Rose spiaceva venderla, dato che le sue sorelle più piccole avrebbero ancora potuto indossarla. Purtroppo a lei stava stretta. Le maniche le erano fin troppo lunghe, vero, ed era tanto lunga da poterla usare come vestito, ma le rotondità di Rose sembravano scoppiare dentro quella camicia.
Le sue sorelle l’avevano sbeffeggiata quando, una volta all’altezza dei fianchi, l’indumento si era rifiutato di scendere. Sua madre invece aveva sorriso dolcemente, spiegandole che ormai era una donna, e che il fatto di non riuscire più ad indossare i suoi vecchi vestiti era un inconveniente della crescita. Il padre invece era rimasto seccato: avrebbe dovuto cercare altri indumenti per la figlia.
Rose non aveva mai prestato molta attenzione al suo corpo. Non c’erano specchi nel suo villaggio, o almeno non nelle abitazioni che frequentava lei. Tuttavia era rimasta seccata quando aveva capito che ormai molte cose le erano precluse: non poteva più nascondersi tra l’erba alta e nemmeno dietro un albero; non poteva più passare dai pertugi nelle vecchie case, seguendo i suoi amici, e si era resa conto che la sua velocità si era dimezzata drasticamente; era diventata goffa, e quando cercava di muoversi silenziosamente veniva sempre scoperta.
E si accorgeva anche che gli uomini, ora, la guardavano in modo diverso. Anche i suoi compagni di giochi, che fino a un anno prima la trattavano come una di loro, di recente avevano cominciato a riempirla di premure e a guardarla di sottecchi. Ma a Rose questo non dispiaceva, anzi, sorrideva maliziosamente se vedeva le guance di un ragazzo imporporarsi a causa sua.
La vedova Bess sbuffò, riportandola alla realtà. Era ancora intenta a valutare quella camicia. «Magari lavandola e ricucendola potrebbe valere qualcosa» disse fra sé, e buttò l’indumento in un angolo, sopra un paio di pantaloni che aveva esaminato prima.
Quando Bess le mise tra le mani un sacchettino marrone, Rose udì stupita il tintinnio delle monete che c'erano dentro. Era un rumore inusuale per lei, sembravano essere molte. La sua famiglia non maneggiava mai così tanti soldi. La vedova le strizzò l’occhio, e la invitò a sedersi ancora vicino al fuoco, per farle compagnia. Rose si sentì in dovere di accontentarla, visto che una parte di quelle monete era stato un dono.
« Oh cara… deve dolerti molto…» le disse dolcemente la vedova, alludendo al livido nero che la ragazza mostrava sotto il mento.
«No… Me lo sono meritato in fondo» bisbigliò in risposta. «Ho perso la cognizione del tempo, l’altro giorno»
«Sei stata molto imprudente» le scoccò un’occhiata severa, poi fra loro scese il silenzio.
«L’inverno è alle porte…» disse poi Bess con tono assente, lo sguardo perso fuori dalla finestra «Fino a primavera non ne sentiremo più parlare».
Quando Rose rientrò a casa stava già cominciando ad imbrunire. Tenne stretto a sé il sacchetto con il denaro per tutta la strada, temendo di farlo cadere e perdere una parte del suo prezioso contenuto. I suoi genitori contarono avidi le monete, mentre le figlie più piccole guardavano estasiate il viso del padre, perché se lui era felice allora significava che la fame non sarebbe più stata un problema, almeno per il momento.
Quella sera mangiarono finalmente del pane fresco e misero quello raffermo dentro il brodo di carne, per non sprecare niente. Non erano costretti a fare economia, adesso.
Janette e Claire ingoiavano il cibo senza neanche masticarlo, ingorde. La più piccola, invece, poppava forte dal seno materno: per un po' di tempo avrebbe avuto latte in abbondanza.
Rose dormì beatamente sul suo pagliericcio, sprofondando in un sonno senza sogni. Non ci furono i familiari morsi della fame a svegliarla e la mattina, dentro una ciotola, trovò del latte di capra appena munto. Ne bevve lunghe sorsate, finché non ne fu rimasta nemmeno una goccia. Poi andò a dare una mano ai suoi genitori. Aiutò la madre a raccogliere la verza e a lavarla e poi andò dal padre.
Svolgeva l'umile professione di bracciante e lavorava la terra per un contadino di nome Snickett, insieme con altri uomini e donne. Di tanto in tanto Rose trovava anche alcuni ragazzi che aiutavano nella semina; ma naturalmente d’inverno la terra non doveva essere lavorata né seminata. Era per quel motivo che suo padre temeva e odiava l’inverno. Se non lavorava non riceveva soldi e se non riceveva soldi non poteva sfamare la famiglia. Anche se quell'inaspettata somma di denaro li aveva agevolati, presto avrebbero dovuto trovare un altro lavoro, almeno fino alla primavera.
I soldi non sarebbero durati a lungo.


-2-

Tutto era cominciato decenni prima.
Erano bestie notturne, agili e forti. Si muovevano nell’oscurità come pantere, in branco. Attaccavano silenziosi, brutali, la pelle diafana che brillava al chiaro di luna. Rapivano e uccidevano senza preavviso; uscivano dai boschi e i loro mantelli neri ondeggiavano al ritmo del vento.
Il loro aspetto era umano, ma le loro movenze, delicate e letali al tempo stesso, li facevano somigliare a felini selvatici. Gli occhi che sormontavano grandi occhiaie erano inespressivi, fissi davanti a loro, come se stessero osservando una preda.
Si mimetizzavano nelle tenebre e le loro mosse erano imprevedibili. Possedevano una forza sovraumana e un’agilità innata. Nessuno sapeva da dove arrivassero. Erano spuntati fuori all’improvviso ed era subito stato il panico.
Ogni villaggio raso al suolo, ogni paese dimezzato dei suoi abitanti, viveva nella paura più assoluta.
In origine gli attacchi si risolvevano nel sangue, intere abitazioni venivano distrutte e gran parte della popolazione veniva rapita, se non uccisa. Chi riusciva a salvarsi doveva ricostruire la sua vita sulle macerie.
In seguito, col passare degli anni, gli attacchi si fecero meno frequenti, diventando quasi ricorrenti. Anche la loro violenza cessò: rapivano qualche paesano e fuggivano nella foresta, tutto nel più assoluto silenzio e nella più totale discrezione.
Al termine dell’autunno e all’inizio della primavera, i contadini si rifugiavano nelle loro abitazioni e la mattina qualche loro familiare era sparito.
Tuttavia, in alcuni villaggi del Sud, gli attacchi non erano mutati. Spesso, in quelle zone, si potevano avvistare le macerie di molti paesini dove nessun abitante era riuscito a salvarsi.
Dopo aver osservato le zone maggiormente colpite, molti erano andati in avanscoperta e non erano più tornati.
Era giunta voce di un uomo trovato nella foresta: era stato sbrindellato e il suo sangue ricopriva ancora il terreno.

Realizzare un Desiderio

Uno dei miei più grandi desideri è quello di scrivere un libro. Non un libro complicato, non un libro da presentare alla mondatori, non un libro che possa essere in lista per la ristampa. Solo un piccolo libro, un minuscolo racconto con al massimo una cinquantina di pagine, ma che sia mio. Solo per provare la soddisfazione di guardarlo a lavoro concluso e dire “Finalmente l’ho finito”. Come ha fatto mia madre. Ed io ho intenzione di seguire le sue orme.
È una storia fantasy, complicata dal punto di vista della trama e con qualche pecca sotto questo punto e ancora in fase di costruzione. Però ho il piacere di pubblicarlo sul mio blog, così da ricevere critiche per poterlo migliorare sia dal punto di vista grammaticale che sintattico. Dopotutto, molti ragazzi sono riusciti a pubblicare i propri libri, quindi perché non ci posso provare anche io?

martedì 8 settembre 2009

Rea-Silvia

Molti, forse, si staranno chiedendo perché ho scelto un nome così inusuale per il mio Blog. Vi sono due ragioni, ed entrambe molto semplici: la prima è che tutti gli altri nomi erano già stati presi e la seconda che la sto studiando a scuola.
Tuttavia Rea-Silvia non è un nome da trattare con leggerezza. Fa parte di una leggenda che noi tutti ben conosciamo: quella di Romolo e Remo.
Nessuna grande città, tanto più se potente, temuta e rispettata, era disposta a riconoscere di essere solo il frutto di una lenta evoluzione storica: prima un nucleo di capanne, poi un villaggio che, con una posizione favorevole ed una sostanziosa disponibilità di risorse, diventa una città. Per creare e cementare l’identità collettiva, infatti, molte città elaborarono miti di fondazione, ovvero racconti che facevano risalire la loro evoluzione ad un segno divino e non al caso o alla fortuna.
Così fu per Roma che vanta ben tre leggende. La prima racconta che l’eroe troiano Enea, sopravvissuto alla distruzione della sua città ad opera degli achei, raggiunse fortunosamente le coste del Lazio. Qui, dopo aver sottomesso le popolazioni indigene, fondò la città di Lavinio, che fu dunque la più antica capitale della regione. La seconda, invece, fa di Alba Longa, un piccolo centro sui monti albani, la città destinata a dare origine alla civiltà romana e attribuisce a Iulo, figlio di Enea, il merito di averla fondata. La terza, ed ultima leggenda, è quella più celebre: Romolo e Remo, fratelli gemelli nati dall’incontro tra il Dio Marte ed una vestale, Rea-Silvia per l’appunto, figlia del re di Alba Longa Numitore. La storia è particolarmente suggestiva e tragica. Rea-Silvia, infatti, è vittima dell’ambizione del principe Amulio, il quale, accusandola di sacrilegio, la fa murare viva, imponendo che i due neonati siano abbandonati alla loro sorte in una cesta di vimini sulle acque del Tevere. Tuttavia i due fratelli vengono salvati e allattati da una lupa e cresciuti da un pastore fino a quando, divenuti adulti, decidono di vendicarsi di Amulio, uccidendolo e fondando una nuova città. Per decidere chi dei due debba comandare, Romolo e Remo si sfidano in una gara: chi vedrà più uccelli in cielo, vincerà la sfida. È Romolo a vincere e a delimitare i confini della nuova città, Roma. Remo però, invidioso della fortuna toccata al gemello, oltrepassa il confine e viene ucciso da Romolo.
Ci sono alcune pecche e variazioni in quest’ultima leggenda. È possibile infatti (e molto più probabile) che i due fratelli non siano stati allevati da una lupa, ma da una prostituta, che in latino si dice per l’appunto “lupa”. Naturalmente nessuno avrebbe mai voluto basare la propria storia su di una donnaccia.
Una pecca che invece ho trovato personalmente riguarda la morte di Remo. Roma si trovava nel mezzo tra due centri di civilizzazione: a nord la civiltà etrusca e a sud quella della Magna Grecia, espansione della civiltà greca nel mediterraneo e nel sud della penisola italica. Nessuno si è mai chiesto perché uno dei due fratelli dovesse morire quando entrambi avevano il diritto al trono? Non potevano seguire l’esempio di Sparta (città oligarchica della Laconia, regione a sud-est della Grecia) che possedeva non uno, ma ben due re al governo?
Comunque non è il caso di polemizzare su questo mito, poiché Roma non è altro che l’unione di sette villaggi sui colli chiamati Quirinale, Viminale, Aventino, Esquilino, Campidoglio, Celio e Palatino.

La Mia Scuola

Come ormai possiamo constatare, la scuola sta andando a catafascio. Elementari, medie, superiori…. Le uniche che ancora si salvano sono le università. C’è chi impone il maestro unico, chi toglie i fondi alle scuole, chi elimina i corsi sperimentali. Insomma un vero sfacelo.
Queste sono sicuramente cose molto importanti, ma c’è anche un altro elemento che reputo altrettanto importante: l’istruzione.
Non parlerò di politica, perché non potrei reggere a lungo l’argomento. Tuttavia voglio fare l’esempio con la mia scuola, che premetto essere un istituto superiore.
Il mio corso non è particolarmente duro in questi anni, ma so per certo che diventerà assai più pesante in quarta e quinta. Il problema che mi pongo è il seguente: e nel primo triennio?
Facendo una breve panoramica, l’istruzione dei ragazzi nei primi tre anni di superiori è pressoché pessima. Non mi riferisco ai corsi, o agli insegnanti, o ai laboratori. Mi sto riferendo alla preparazione che gli alunni portano quando cominciano il primo anno delle superiori.
Ci si aspetta per lo meno una nozione base di grammatica, storia, geografia, matematica e scienze. Requisiti che dovrebbe avere ogni studente in procinto d’incominciare una scuola media di secondo grado.
Tuttavia mi sono accorta con rammarico che non è così. Vi farò alcuni esempi, così potrete constatare di persona l’ignoranza che circola oggi fra gli adolescenti e che ormai miete sempre più vittime.
“La E con l’accento o senza?” “E la A con l’H o no?” “Dove si trova Roma?”
Queste sono solo alcune delle centinaia di domande che ho udito nel mio primo anno di superiori.
Domande imponderabili se si pensa che a porle sono ragazzi dai 14 ai diciassette anni. E dico fino ai diciassette, perché la bocciatura li ha sopraffatti almeno due volte. In pratica, quelli che ancora fanno prima, dovrebbero invece fare terza.
Nella mia classe, per esempio, su ventuno scolari, più della metà era ripetente e metà di questa parte affrontava per la seconda volta la prima superiore e tutta questa parte è stata di nuovo bocciata quest’anno.
“E’ solo un caso su cento”, direte voi. Ma è proprio questo il problema: non lo è. Ormai più del 50% delle classi italiane affronta questi problemi.
Vi sarebbero due modi per risolvere questo problema: li bocci alle medie, cosicché non possano entrare nelle scuole medie superiori, o li bocci alle superiori. Nessuna scuola media adotta il primo sistema e nessuna superiore adotta il secondo, purtroppo. E come se non bastasse, questo fatto provoca un effetto domino inarrestabile: se gli alunni incompetenti non vengono bocciati, le ore di studio della classe si dimezzano drasticamente, usate per verifiche di recupero, interrogazioni di recupero e verifiche del recupero del recupero. E funziona così, perché se uno scolaro sa di dover recuperare, non si prepara per affrontare al meglio l’interrogazione, ma se ne sta a casa, nell’ozio più totale, senza neanche sapere di che colore è la copertina del suo libro di storia. E la professoressa si vede costretta a fare l’interrogazione a quelli che sono venuti a scuola e ad usare un’altra lezione di un altro giorno per far recuperare quell’altro ragazzo che non si era presentato. Così le ore che prima si erano ridotte a 2/3, ora sono diventate 1/3. Risultato? La classe non procede nel programma. Ed è un serpente che si mangia la coda.
Naturalmente, anche i professori hanno la loro colpa, poiché il regolamento d’istituto prevede le interrogazioni di recupero, ma non protratte all’infinito. Se un ragazzo non si presenta per recuperare il proprio quattro di grammatica, semplicemente si tiene il voto che ha. Ma i professori vogliono essere buoni, aiutare chi è in difficoltà e quindi cosa succede? Che oltre a programmare tre verifiche a settimana per il recupero, stampano verifiche collettive copiate dai libri di seconda media e quindi, quelli che hanno studiato sono costretti ad affrontare esami nettamente inferiori alla loro media celebrale. Per spiegarci: io ho passato le medie inferiori per entrare in quelle superiori, e mi trovo costretto a completare verifiche relativa alla prima scuola. E allora che senso ha dividerle?
La cosa che più mi ha sconvolto dei docenti è la mancata indignazione nei confronti di alcune domande che un alunno di prima superiore non dovrebbe mai, e ripeto mai porre.
Ora vi sono altri quattro elementi, attinenti all’argomento, che vorrei affrontare:
1)Le Iscrizioni: supponiamo che tutti gli alunni che non si meritano di passare l’anno vengano bocciati. La scuola sarebbe pressoché deserta. Senza contare che, seguendo il regolamento d’istituto, nessuno studente può ripetere l’anno nella medesima scuola, e la conseguenza è che essendoci meno iscrizioni, l’istituto possiede anche meno soldi. Ora supponiamo il contrario, che tutti gli studenti procedano negli studi. Qual è il cosiddetto effetto collaterale? Le persone in gamba, che si rifiutano di stare in una scuola superiore senza la minima severità, decidono di andarsene e di cambiare istituto. Così si ritorna al primo problema: niente iscrizioni, niente soldi.
2)Il Regolamento d’Istituto: ogni scuola possiede un fascicolo in cui sono elencate tutte le regole che gli studenti e gli insegnanti devono rispettare. Come spesso succede, queste regole vengono deliberatamente ignorate. La mia scuola, per esempio, prevede la sospensione di una settimana per chi effettua il decimo ritardo, per chi non porta la giustificazione entro tre giorni e per chi esaurisce il proprio libretto delle assenze. Come potrete prevedere, nessuna di queste tre regole è stata mai rispettata. C’è chi doveva ancora giustificare un’assenza del mese prima e chi attuava il quindicesimo ritardo, chi esauriva il libretto delle assenze senza incappare in sospensioni e chi, naturalmente, non faceva firmare il libretto dei voti. Insomma, una grande beffa del regolamento d’istituto.
3)Il Comportamento: da quest’anno è entrata in vigore la legge attinente al voto di condotta. Ma questa legge viene rispettata? Naturalmente no. È già di per sé scandaloso il fatto che in una scuola superiore la preparazione scolastica sia vicina allo zero, ma che anche il comportamento sia altamente discutibile è troppo. Se si effettuasse quella legge, solo nella mia scuola cinquecento studenti sarebbero stangati. Per non parlare del rispetto che gli alunni portano per i loro professori. Chi li deride, chi gli urla parolacce, chi ride, fa battute e stupidi giochetti. E la cosa ancora più immorale è che gli insegnanti fanno finta di niente. Tra battute volgari, schiamazzi e menefreghismo assoluto, nelle classi regna il caos. Se permettete, vi mostrerò ancora un esempio: ora di tecnica e storia dell’arte; nei primi tre banchi, tre persone prendono appunti, scrivono, disegnano cubi in assonometria isometrica e sottolineano le cose importanti. Nei rimanenti diciotto banchi, la gente ascolta mp3, gioca al DS, ride, scherza, mangia, beve, insomma, tutto fuorché stare attenti. Questa non dovrebbe essere una tipica classe delle superiori.
4)Il futuro: un/una alunno/a consegue il diploma e si iscrive ad un corso universitario o si cerca un lavoro. Come potrà affrontare il suo futuro? È vero, i suoi voti sono buoni, ma siamo sicuri che dietro quell’otto di grammatica non ci sia invece un appena sufficiente? E come potrà comportarsi in un ambiente lavorativo se per cinque anni gli/le hanno fatto far baldoria invece che costringerla/o a studiare? Che cosa preferirebbe il mondo: un sei guadagnato o un dieci falsificato?
La cosa più brutta è che quegli studenti, proprio quelli che mancano di nozioni base, che deridono i professori, che se ne fregano di tutto e tutti, costituiranno la nuova generazione e diventeranno una parte del futuro di tutti noi.